Moksha
"Liberazione".
Il "sed" fa derivare sia Moksha che mukti da moks, ‘liberarsi’, ‘scuotersi di dosso’, ma il "pts" fa derivare il termine Moksha e la sua forma pali mokkha da muc, ‘sciogliere’, ‘liberare’, ritenendola una parola di origine tardo vedica e inizialmente priva del particolare significato che gli venne attribuito in seguito.
La Brhad-Ar. Up. (III. 1,5) indica una quadruplice natura della mukti, ritualmente effettuata dai vari sacerdoti officianti, hotr, adhvaryu, udgatr e brahman, che però rappresenta solamente la liberazione dalle limitazioni del rapporto psicosomatico.
Si afferma, inoltre (4.4.7), che solo “quando vengono liberati (mukti) tutti i desideri che albergano nel cuore, un mortale può divenire immortale e raggiungere il brahman”. L’immortalità cui si fa riferimento nelle Upanisad è di un solo genere, consistendo nel riassorbimento del brahman, ma alcuni cenni sul conto di essa riflettono il diffuso desiderio di immortalità individuale, di cui sono testimonianza i numerosi mantra vedici intesi ad assicurarla.
Ancora nelle tarde Upanisad classiche, la Morte (Mrtyu) ha il carattere di Grande Avversario, anche se la sua sconfitta non è più legata alla ripetizione di mantra: secondo la Svet. Up. (/3,7) gli umomini ottengono l’immortalità solo quando giungono a riconoscere il brahman come Signore (is).
Secondo lo "scivaismo", la liberazione in questa stessa vita (jivan-mukti) non è altro che il riconoscimento di come l’”universo intero è la mia manifestazione” (sarvo mamayam vibhavah).
Margaret Stutley – James Stutley – Dizionario dell’Induismo - pag. 282