Samnyasin

Non vi è alcun dubbio che il concetto chiave della mistica sia il “distacco”; samnyasin è colui che è distaccato dal mondo è colui che rinuncia alla via del mondo, ma la sua vera rinuncia è la rinuncia “all’io e al mio”.


Samnyasa significa “rinunciare, lasciar andare, mettere da parte, abbandonare, rinuncia al mondo”.


“Chi è adatto ad entrare nell’ordine sacro dei samnyasa? Soltanto colui che rinuncia completamente al mondo, non ha alcuna preoccupazione per l’indomani, né si chiede che cosa mangerà e di che si vestirà. È necessario che egli sia come l’uomo che si arrampica fino alla cima di un albero maestoso, lasciandosi poi cadere da quell’altezza senza preoccuparsi né delle sue membra né della sua vita.”


Samnyasin è colui che ha lasciato alle proprie spalle il mondo dei doveri ma anche dei desideri, o meglio di colui che persegue quel solo desiderio che consiste nell’aspirazione a conseguire una condizione di pace, beatitudine e perfetta coscienza di sé che è al di la del nascere e del morire.

La sua rinuncia lo rende atmayajnin, colui che sacrifica se stesso.

Egli diventa l’oblazione stessa del sacrificio cosmico che procede eternamente, cosciente di ciò, egli si dedica unicamente al servizio di Dio.

 

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Quando i monaci vengono iniziati al sacro ordine del samnyas, si uniscono al corpo universale dei rinuncianti la cui esistenza è sempre stata come un flusso ininterrotto dai tempi dei Veda sino a oggi.

È credenza comune che i samnyasin abbiano origini divine, ovvero dai quattro figli mentali di Brahma, i Kumara, che possedevano assoluta rinuncia .


Le scritture dichiarano che le due vie, capofamiglia e rinunciante, sono distinte negli ottenimenti e nel dharma e affermano che la vera rinuncia non può essere ottenuta da quelli che vivono nel mondo anche se animati da una genuina attitudine di distacco.

I sacri Veda dichiarano “L’uomo che ha trovato Lui, diventa un monaco silente. Desiderando Lui solo come mondo, gli asceti lasciano le loro case ed errano”.


Le scritture definiscono quattro tipi di samnyas: vidvat, vividisha, markata, atura.

Nel primo caso, che è detto vidvat samnyas, si ha un’estrema coscienza che la rinuncia e l’abbandono del mondo sia l’unica via per realizzare la realtà e questa consapevolezza deriva da forti impressioni, samskara, maturate nelle vite precedenti.

Il secondo tipo è vividisha samnyas ed avviene quando uno studente, intraprendendo un cammino di ricerca spirituale, compie lunghi anni di studio e introspezioni del Sé, attraverso le scritture e le pratiche. Egli vive la rinuncia nel mondo attraverso l’azione finché non abbraccia il samnyas per coronare i suoi frutti.

Il terzo, markata samnyas, avviene quando una persona colpita da un dolore molto forte, come la morte di una persona cara o altro, fa i voti di rinuncia. Questo è un voto che ha poca forza e potrebbe non durare nel tempo.

L’ultimo tipo, atura samnyas, è quello che si può ricevere in punto di morte. In tale momento, a volte, la persona può sentire il desiderio di compiere il voto di rinuncia e se muore si porterà questa impressione nella vita successiva mentre, se continua vivere, dovrà condurre una vita rispettosa del dharma, ma se vorrà portare avanti la sua scelta dovrà consolidare i voti presi nel momento “estremo” con una cerimonia appropriata.


La teologia della rinuncia che è anche alla base del rituale del samnyas (samnyasa diskha) tuttavia, non considera l’abbandono del fuoco come un rifiuto ma piuttosto un’interiorizzazione. I fuochi esterni vengono a collocarsi nell’interiorità del rinunciante, il quale continua ad alimentarli interiormente e quindi in maniera più perfetta e permanente.